Giorgio Sassanelli

 

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INTRAPSICHICO,  AMBIENTALE,  TRANSIZIONALE

Alla ricerca di un territorio perduto

Introduzione

Realtà psichica - realtà ambientale, interno - esterno, intrapsichico -interpersonale,  psicologia unipersonale - psicologia bipersonale (Gill, 1994, capp. 2 e 3; Modell, 1984, cap. 1): sono queste all’incirca le coppie di opposti con le quali si è cercato di concettualizzare la polarità fra l’orientamento a concepire le esperienze del paziente in termini di funzionamento della mente e la tendenza a visualizzarle primariamente come reazioni a un ambiente terapeutico più o meno adeguato. Quale esempio limite dell’indirizzo “intrapsichico” riporterò un passaggio di Rosenfeld (1987, p. 99) relativo alla cosiddetta pulsione di morte. «Credo che esistano nel paziente [.…] alcune forze mortali che somigliano alla pulsione di morte descritta da Freud. In alcuni, questa forza distruttiva si manifesta sotto forma di resistenza cronica, paralizzante, che può bloccare l’analisi per molti anni. In altri assume la forma di una forza mortale ma occulta che allontana il paziente dalla vita [.…]. I suoi sogni  e fantasie possono rivelare l’esistenza di una forza omicida dentro di lui [....] Talvolta questa forza mortale minaccia di distruggere sia il paziente sia i suoi oggetti esterni». All’estremo opposto, espressione cioè di un orientamento decisamente interpersonale, troviamo l’approccio di Brandchaft e Stolorow (1994, p. 151) al disturbo borderline di personalità considerato «non [....] una condizione patologica presente soltanto nel paziente» ma un disturbo sempre co-determinato sia dagli specifici conflitti e difese del paziente, sia «dalle difficoltà che terapeuti e analisti hanno nel comprendere i contesti intersoggettivi arcaici nei quali sorge la patologia borderline». Rispetto a posizioni così distanti, per non dire contraddittorie, è possibile individuare un territorio comune capace di garantire a entrambe piena cittadinanza psicoanalitica? Salvando cioè l’una dall’accusa di rinverdire il «mito di una mente isolata», l’altra dall’accusa di appiattire la vita psichica smarrendone la dimensione di interiorità e profondità inconscia?

Ritengo che la ricerca e l’eventuale individuazione di questo comune territorio non può avvenire se non sulla base di un’autentica tradizione; tradizione il cui percorso toccherà, per i motivi che vedremo, alcune tappe fondamentali: Freud, Ferenczi, Balint, Winnicott, Kohut. A tutti questi autori ci accosteremo guidati dal medesimo interrogativo: qual’è la natura dell’esperienza fondamentale che il paziente, secondo ciascuno di loro, tende a rivivere nella situazione analitica?

2  Freud

Per quanto riguarda Freud, la risposta non lascia adito a dubbi: si tratta dell’ esperienza pulsionale, in particolare libidica[1], nei suoi molteplici aspetti: sia dinamici, quale espressione diretta o indiretta di investimenti pulsionali (dalle fantasie ai sogni, dai desideri ai sintomi, dalle manifestazioni di resistenza a quelle di transfert); sia strutturali, quale espressione di quelle organizzazioni intrapsichiche degli investimenti pulsionali che sono l’Io e il Super-io. E’ del tutto superfluo soffermarsi su questi aspetti pulsionali libidici (e aggressivi) il cui studio costituisce il cuore della ricerca di Freud e di molti dei suoi continuatori; mentre risulta quanto mai significativo osservare che la teoresi freudiana contempla, accanto a quella pulsionale, altre aree di esperienza non sempre ben delimitate rispetto alla prima ma, comunque, non riducibili a essa; la prima di queste aree è quella corrispondente alle cosiddette pulsioni di autoconservazione o pulsioni dell’Io.

Sappiamo che col termine di autoconservazione Freud designa l’insieme dei “grandi bisogni” legati alle funzioni somatiche necessarie alla conservazione della vita dell’individuo; e sappiamo anche che, rispetto alla sfera della sessualità, alle pulsioni di autoconservazione è affidato un duplice compito. Da un lato una funzione di appoggio alle pulsioni libidiche alle quali forniscono inizialmente una fonte organica, una direzione e un oggetto; dall’altro un ruolo antagonista e rimuovente che sta alla base del conflitto psichico del quale esse costituiscono uno dei due poli, assumendo al riguardo anche la denominazione di pulsioni dell’Io (Freud, 1910, pp. 291-292). In effetti, dato che le pulsioni di autoconservazione si soddisfano solo con un oggetto reale, al punto di diventare gli agenti della realtà, anche in questo senso esse si oppongono alle pulsioni sessuali che invece possono soddisfarsi in modo fantasmatico rimanendo più a lungo sotto il dominio del solo principio di piacere. Si tratta di una contrapposizione sottolineata ulteriormente sul piano linguistico dove per le pulsioni dell’Io è postulato un tipo d’investimento energetico distinto da quello libidico e denominato interesse (Freud, 1915-7, p. 565) e dove frequente è l’uso di termini quali funzione e bisogno per riferirsi alle pulsioni di autoconservazione; tanto che Laplanche e Pontalis (1967, voce appoggio) si chiedono «se non converrebbe, in una terminologia più rigorosa, designare ciò che Freud chiama “pulsioni di autoconservazione” con il termine di bisogni, differenziandole così meglio dalle pulsioni sessuali».

Di fatto, nell’ulteriore evoluzione del pensiero freudiano vediamo accadere precisamente il contrario in quanto, con lo sviluppo del discorso sul narcisismo e, soprattutto, con l’introduzione del concetto di libido dell’Io (o libido narcisistica), l’autoconservazione appare a Freud suscettibile di essere ricondotta all’amore di sé e, cioé, alla libido dell’Io; tanto da poter affermare che «la libido propria delle pulsioni di autoconservazione fu ora chiamata libido narcisistica» (1922, p.460). Rispetto alla contrapposizione, prima sottolineata, fra esperienza del desiderio (che rimanda, come si è detto, all’oggetto fantasmatico e, quindi, all’assenza) ed esperienza del bisogno (che rimanda, invece, all’oggetto reale e, quindi, alla presenza), non può non meravigliare questa loro con-fluenza, per  non dire con-fusione, nel concetto di libido narcisistica; confusione confermata dalla successiva alterna attribuzione delle pulsioni di autoconservazione dell’Io dapprima alle pulsioni di morte (1920, p. 225 e 229) e poi a quelle di vita (ibid., p. 237): a segnalare forse una tendenza monistica (ibid., p. 238) lungi dall’essere risolta, a mio avviso, con il nuovo dualismo Eros e Thanatos.

In verità, la situazione risulta ulteriormente complicata dalla ripresa, sempre nel medesimo contesto (ibid., p. 241) del classico principio di costanza sotto il nome  di  “principio del Nirvana”  a indicare  la  tendenza  dell’apparato  psichico «a ridurre, a mantenere costante, a eliminare la tensione interna provocata dagli stimoli»; principio che, nella misura in cui mirerebbe ad azzerare ogni tensione, finisce per costituirsi quale rappresentante della cosiddetta pulsione di morte; mentre la sua tendenza ad abbassare il livello di tensione dell’apparato psichico porterebbe a identificarlo con il principio di piacere (Freud, 1924, p. 6). Si rinnova qui, a mio avviso, la già ricordata tendenza monistica di Freud; tendenza alla quale egli stesso reagisce contrapponendo, poco più avanti, «una piccola ma interessante serie di connessioni: il principio del nirvana esprime la tendenza della pulsione di morte, il principio di piacere rappresenta le pretese della libido, e ... il principio di realtà rappresenta l’influenza del mondo esterno» (ibid., pp. 6-7).

Al di là di ogni equilibrismo linguistico e concettuale mirante a conciliare modelli teorici diversi, vediamo qui proposte con semplicità e chiarezza tre diverse aree di esperienza del soggetto: due che già conosciamo, e cioé quella del desiderio (sostenuta dal principio di piacere e legata all’oggetto fantasmatico) e quella del bisogno (sostenuta dal principio di realtà e legata all’oggetto esterno); e una terza (sostenuta dal principio di costanza o del Nirvana) caratterizzata da una tendenza alla stabilità, alla costanza e all’autoregolazione non legata soggettivamente al rapporto con un oggetto reale o fantasmatico. Ma dato che il senso di una stabilità in apparenza autosufficiente è una caratteristica tipica del narcisismo, possiamo considerare questa terza area[2] come l’area della sicurezza narcisistica mai chiaramente distinta, nella teoresi freudiana, dall’area del bisogno o dell’autoconservazione[3].

In effetti, l’aver evidenziato nel pensiero di Freud la presenza di aree diverse di esperienza analitica non significa che esse abbiano ricevuto tutte la medesima attenzione e sviluppo; al contrario, costante è stata la tendenza in Freud a riportale, non appena possibile, all’area pulsionale o del fantasma. In questo senso, la loro individuazione risulta ancor più significativa in quanto è possibile far derivare da esse le due linee di sviluppo in cui si articola la ricerca teorico-clinica post-freudiana. Da un lato gli autori che concentrano, o credono di concentrare, il loro interesse sull’esperienza pulsionale inconscia, a cominciare da Abraham per continuare con la Klein e con la psicologia dell’Io; dall’altro gli autori a cui ci siamo riferiti in precedenza e che cercano, in modo più o meno consapevole, di sviluppare un discorso relativo alle altre due aree di esperienza: a cominciare da Ferenczi.

Ferenczi

Al prevalente orientamento teorico della ricerca freudiana, Ferenczi contrappone uno spiccato e sempre crescente interesse per gli aspetti terapeutici dell’analisi e, quindi, per la questione della tecnica; ed è in effetti rispetto a quest’ultima che inquadreremo lo sviluppo del suo pensiero. Tecnica attiva, terapia passiva o di rilassamento, analisi reciproca, sono le tappe di questo sviluppo segnato, sul versante teorico, dal recupero del significato patogeno del trauma sessuale infantile.

Per quanto concerne la tecnica o terapia attiva, sappiamo che essa consisteva «nel richiedere in certi casi dal paziente, oltre che la produzione di associazioni, anche l’osservanza di determinate regole» (1926, p. 273). Si trattava in sostanza di prescrizioni o divieti riguardanti, ad esempio la sfera urinaria o intestinale (ordine di trattenere quanto più a lungo possibile l’orina o le feci [1925a, pp. 195-7]) oppure quella genitale (astinenza sessuale [ibid., pp. 208-10]). In altri casi (ibid., pp. 217-21) erano «i cosiddetti “vizi” o “cattive abitudini”», anche mentali, a essere scoraggiati o vietati. Un’importante ed energica misura attiva riguardava poi il termine della cura fissato, al momento giusto, unilateralmente dallo psicoanalista; misura che Ferenczi paragonava a un dare «scacco matto al paziente» (ibid., pp. 230-2). All’inizio (1925a, pp. 195, 206, 225; 1926, p. 274; 1929, p. 382) Ferenczi considerava questo tipo di interventi niente più che un’estensione e un’accentuazione della regola freudiana per cui «nella misura del possibile, la cura analitica deve essere effettuata in uno stato di privazione, di astinenza» (Freud, 1918, p. 22); vale a dire un’applicazione del cosiddetto principio di frustrazione il cui fondamento metapsicologico rimanda alla dimensione energetico-pulsionale dell’apparato psichico e cioè a un aumento artificiale di tensione interna per arresto delle «reazioni di scarico (... fonti di piacere vietate, fonti di dispiacere imposte)» (1925a, p. 224). Ciò nel tentativo di «far sì che il paziente ripeta esperienze traumatiche precedenti per poi avviarle attraverso l’analisi verso una soluzione migliore» (1929, p. 382).

Sappiamo che Ferenczi considerò sempre  la terapia attiva «non come fine a se stessa ma come mezzo ausiliario nell’indagine del profondo» (1920, p. 56), come un «ripiego» (1920, p. 54) o una «misura provocatoria» (1925b, pp. 76) subordinata alla “tecnica classica” (freudiana) «basata sull’associazione, la resistenza e il transfert» (1929, p. 382); non cessando mai di sottolinearne quei limiti, quei punti deboli e quelle controindicazioni (1920, p. 54 e sgg.; 1925b, p. 75 e sgg.) che lo portarono, nel giro di pochi anni, a ridimensionarla  e a introdurre degli «esercizi di distensione» e di rilassamento al fine di «promuovere il superamento di inibizioni psichiche e di resistenze all’associazione» (1925b, p. 82).

Con la comparsa di concetti quali “distensione” o “rilassamento” si manifesta in effetti una sorta di inversione nell’atteggiamento di Ferenczi nei confronti del paziente e, di conseguenza, della tecnica psicoanalitica. Alla “regola della frustrazione” si affianca la “regola dell’empatia” (1927-8, p. 312) che mira, attraverso il tatto e la disponibilità, a «evitare di provocare la resistenza del paziente senza necessità o nel momento sbagliato» (ibid., p. 307). In questa prospettiva, le misure di tecnica attiva non controllata finiscono per essere tacciate di «coercitive [e] del tutto antianalitiche, talvolta persino di natura sadica» (ibid., p. 318) mentre la disponibilità empatica dello psicoanalista diventa un modo di «viziare» il paziente non tenendo «in alcun conto ciò che ci torna comodo» e acconsentendo «nella misura più larga possibile a tutti i suoi desideri e impulsi ... come una tenera madre (1931, p. 408). E’ il «principio di distensione o concessione» (1929, p.385) contrapposto al principio di frustrazione della tecnica attiva; è la «terapia ... materna» passiva contrapposta alla «terapia attiva... paterno-sadica» [1985, p. 162]. Il prevalere  di una relazione analitica di tipo materno  porta Ferenczi a considerare il paziente un bambino da trattare come tale. «Nell’analisi -egli scrive [1931, p. 403]- deve essere lecito anche all’adulto comportarsi come un bambino cattivo, vale a dire  come un bambino  che fa  quello che gli pare» con «piena libertà di agire ...» (1985, p. 165). Naturalmente sarà prima o poi inevitabile la comparsa di un limite e, quindi, di una situazione di frustrazione (1931, p. 409). Si tratterà pertanto di alternare il principio di frustrazione a quello di distensione anche perché, mentre  la situazione frustrante  tende a favorire la semplice ripetizione del passato, è  la  distensione o permissività  a  consentire una «ripetizione modificata» [1985, p. 182] e cioé un rivivere che trasformi «la tendenza alla ripetizione in ricordo» [1929, p. 395].

In effetti, né la tecnica attiva né quella di rilassamento si rivelarono capaci di risolvere i problemi terapeutici posti a Ferenczi dai suoi pazienti. D’altro canto, proprio dalle loro risposte egli poté rendersi conto sia dei «tratti aggressivi» («sadismo») impliciti nella sua «terapia attiva», sia del «masochismo» e dell’«ipocrisia professionale della [sua] distensione forzata» (1932, pp. 417-9). «Ma i pazienti rifiutano la falsa dolcezza del maestro interiormente irritato allo stesso modo in cui prima respingevano la violenza dell’analista “attivo” ... Si arriva così ... a chiedersi se non sia naturale e anche opportuno ... rinunciare a qualsiasi “tecnica” e mostrarsi senza veli, proprio come viene richiesto al paziente. Una volta che si è cominciato ad agire così, il paziente arriva ... ad avere il sospetto che l’analisi dell’analista sia imperfetta; ... infine nascerà la proposta dell’analisi reciproca» (1985, p. 165).

L’esperimento dell’analisi reciproca, vale a dire con periodica alternanza o inversione dei ruoli, sembra  rinviare da un lato ai limiti delle analisi didattiche quali erano praticate all’epoca[4], dall’altro alla possibilità di un uso terapeutico del controtransfert. In verità, il problema principale riguardava soprattutto la fiducia del paziente; fiducia minata dall’esistenza nel terapeuta di reazioni controtransferali (quali l’indifferenza, la noia, la mancanza di vera empatia) che il paziente intuisce ma non può verbalizzare. Viene così a costituirsi una sorta area cieca, di “non detto” che finisce per ripetere l’antico trauma infantile[5] dove «i genitori non hanno interesse a tener vivo nella mente del bambino quanto è accaduto [ma], al contrario, viene messa in atto una terapia della rimozione. “Non è niente”, [....] “non pensarci più”» (1985, p. 76).  Come  «antidoto .... alle bugie ipnotiche dell’infanzia» (ibid., p. 93] non resta dunque che «riconoscere davanti al paziente i propri veri sentimenti» (ibid., p. 77) in modo che la reazione emotiva autentica (anche se frustrante) del terapeuta possa conferire realtà al ricordo del paziente e coesione ai frammenti analiticamente ricostruiti della sua storia (ibid., pp. 78 e 79).

Come Freud, anche Ferenczi, nella sua ricerca o, meglio, avventura psicoanalitica, s’imbatte in forme di esperienza analitica diverse o addirittura contrastanti; ma anziché distanziarle con la conoscenza, oggettivandole in altrettanti modelli  teorici  (principio  di piacere, principio di realtà, principio del Nirvana), egli  si  identifica  con l’una o  con l’altra di esse fino a viverle in prima persona. Si potrebbe dire che egli non è mai neutrale ma sempre “dalla parte di qualcuno”. Dapprima questo qualcuno è il Super-io, il padre (Freud), da attivare in tutta la sua severità e rigidezza (frustrazione) per poi modificarlo e dare così libero corso al mondo pulsionale libidico: configurandosi in tal modo l’esperienza del desiderio sostenuta, come si è visto, dal principio di piacere e legata all’oggetto fantasmatico. In un secondo momento, è l’identificazione con una figura materna totalmente oblativa a dominare il campo (principio di concessione o distensione): venendo così posta in essere l’esperienza del bisogno sostenuta dal principio di realtà e legata all’oggetto esterno (anche transferale)[6]. Infine, è con la soggettualità del bambino che egli si identifica; soggettualità che immediatamente si riflette in, e chiama in causa la soggettualità dello psicoanalista in un tipo di esperienza analitica che Ferenczi ha cercato di vivere con sofferenza e coraggio e che solo oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, comincia a essere ripresa in considerazione con il discorso sull’intersoggettività.

Balint

A proposito di Ferenczi, si noterà che nella sua teorizzazione non è stato possibile evidenziare una terza area di esperienza corrispondente a quella che in Freud  appariva  sostenuta  dal  principio del Nirvana  e che noi abbiamo identificato con l’area della sicurezza narcisistica; e in effetti, il discorso sul narcisismo risulta in Ferenczi del tutto marginale. A riprenderlo e approfondirlo è il suo allievo e fedele amico Balint, sia pure con l’intento di ridurre la concezione del narcisismo a quella dell’amore primario. Si tratta di una concezione che postula un rapporto oggettuale primario, vale a dire un rapporto in cui «l’oggetto è “dato per scontato”; non è ancora nata l’idea che esistono oggetti indifferenti e che dovrebbero essere trasformati in partner cooperanti attraverso un “lavoro di conquista”» (1968, p. 195). In questo rapporto fra due persone, fonte di un senso di riposante benessere, di un piacere privo di acme, «è importante solo uno dei partner: sono solo i suoi desideri e i suoi bisogni [.…] che devono essere tenuti presenti; l’altro partner, per quanto sia sentito straordinariamente potente, conta solo in quanto è disposto a gratificare i bisogni e i desideri del primo, o decide di frustrarli; ... i suoi interessi personali, i suoi bisogni, i suoi desideri, .... non esistono» (1968, p. 144). Questo quadro fenomenologico dell’amore primario tende per la verità a sdoppiarsi o articolarsi su due versanti. Quello a monte, e cioè più arcaico, è la cosiddetta fase dell’ambiente indifferenziato o delle sostanze primarie (1968, p. 264). In essa non sono concepibili oggetti ma sostanze (aria, acqua, latte[7]) per cui il rapporto del soggetto con l’ambiente è paragonabile, a somiglianza del rapporto del feto con la placenta e con il liquido amniotico, all’immagine del pesce nel mare oppure dell’aria che circola nei polmoni (ibid. pp. 191-2). «Sostanze e individuo si compenetrano a vicenda: vivono quindi in un’armoniosa mescolanza» (1959, p. 49); vale a dire in una situazione di «identità quasi totale tra l’individuo e il suo ambiente» (ibid., p. 48) dove il bisogno, più che assente, non è neppure concepibile[8].

«La nascita è il trauma che sconvolge quest’equilibrio ... e dà inizio ... alla separazione tra individuo e ambiente. Dalla mescolanza di sostanze e dalla rottura dell’armonia degli spazi illimitati [il mare] cominciano a delinearsi gli oggetti, incluso l’Io. A differenza delle sostanze ..., gli oggetti hanno dei contorni precisi e dei limiti definiti che ... dovranno essere riconosciuti e rispettati» (1968, p. 192). Alcuni di questi oggetti emergenti conserveranno «una quota dell’investimento primario originario diventando [i cosiddetti] oggetti primari» (ibid., 193). E’ con questi oggetti primari che il neonato cercherà di «mantenere una forma primitiva di rapporto esclusivamente duale» (ibid., p. 194). Le modalità di mantenimento e di recupero di questa situazione duale costituiscono il “versante a valle” del rapporto oggettuale primario; versante caratterizzato da due modalità di comportamento, l’ocnofilia e il filobatismo[9], con le quali il soggetto tenta illusoriamente di ripristinare una piena condizione di amore primario.

Quella dell’amore primario è dunque, sostanzialmente, una situazione duale. Un’alterazione o disturbo di tale contesto dovrà pertanto manifestarsi attraverso specifiche esperienze di mancanza o bisogno al cui insieme Balint ha dato il nome di difetto fondamentale: considerandolo sia come uno specifico livello a cui si svolge parte del lavoro analitico, sia come un’area psichica. Si tratta di un’area di esperienze che non solo coinvolgono necessariamente due persone ma che, nella mente del soggetto, sono rappresentabili soltanto all’interno di una relazione duale; e dove la forza dinamica che le sottende non è di tipo conflittuale ma nasce da una carenza o perdita. Di qui l’estrema sensibilità del soggetto alle frustrazioni sentite di regola come “cattiverie” e fonte di reazioni violente; ma di qui anche la risposta di quieto e tranquillo benessere alle eventuali gratificazioni. Di qui infine, sul piano controtransferale, l’elevato coinvolgimento emotivo dell’analista che si sente spinto a colmare in qualche modo il deficit che il paziente lamenta e ad apportare modifiche alla propria tecnica abituale nonché al proprio linguaggio: un linguaggio che dovrà essere tendenzialmente non interpretativo ma dotato di un ampio alone semantico e, quindi, con prevalente valore connotativo.

Il riconoscimento, all’interno dell’«unità duale», di caratteristiche individuali autonome dell’oggetto, segna il passaggio a un nuovo livello di esperienza: quello edipico. Anche se sperimentati in una relazione a due, i fenomeni che si sviluppano in quest’area sono rappresentabili mentalmente solo nel contesto di una situazione triangolare. Di qui la denominazione di area edipica, a indicare altresì che la forza dinamica che sottende queste manifestazioni è di natura conflittuale. Si tratta di una conflittualità che può essere adeguatamente espressa e comunicata in un linguaggio adulto, in prevalenza denotativo; e soprattutto riportata a una dimensione interiore, intrapsichica, rispetto alla quale il partner analitico dovrà coinvolgersi non direttamente, a livello di realtà, ma solo quale specchio o strumento conoscitivo a disposizione del soggetto.

Alle due aree della mente appena descritte, Balint ne aggiunge una terza: l’area creativa. Si tratterebbe di un’area «caratterizzata dall’assenza di qualsiasi oggetto esterno. Il soggetto è solo, e la sua preoccupazione principale è costituita dal riuscire a produrre qualcosa fuori di se stesso ... Dato che non è presente alcun oggetto esterno, non si può sviluppare una relazione da transfert ... [e le nostre conoscenze sono solo dedotte] dalle osservazioni raccolte dopo che il soggetto ha lasciato i confini di quest’area» (1968, p. 145).

Personalmente ritengo non soddisfacente la descrizione[10] fenomenologica di questa terza area la cui importanza risulterà evidente solo alla luce del pensiero di Winnicott; così come avanzerei delle riserve sull’attribuzione a questa o a quell’area della psiche di determinati fenomeni o esperienze[11]. Si tratta di riserve che non tolgono comunque alcun valore alla distinzione e differenziazione di Balint fra aree diverse della mente; valore che risiede soprattutto nel fatto che a ciascuna di esse corrispondono non solo esperienze specifiche fra loro irriducibili ma anche differenti serie di processi terapeutici (come il «nuovo inizio» o «nuovo ciclo» appartenente all’area del difetto fondamentale), differenti serie di strumenti tecnici nonché altrettante serie di codici linguistici (1968, p. 212 e cap. XV). Ed è su questa base che Balint potrà porre in discussione il principio dell’astinenza ed affermare (1968, p. 288) la non-neutralità del setting («il setting raccomandato da Freud rappresenta soltanto uno dei tanti setting possibili»).

Winnicott

E’ con Winnicott che la tripartizione della mente in altrettante aree di esperienza fra loro irriducibili, ancora segnata in Balint da non poche incertezze e incongruenze, raggiunge un suo preciso statuto metapsicologico: tale, fra l’altro, da consentire una più chiara distinzione fra esperienza del bisogno empatico ed esperienza della sicurezza in apparenza autosufficiente (illusoria o narcisistica). In effetti, Winnicott parla solo di una terza area (o area di esperienza intermedia) da affiancare e contrapporre sia alla realtà interna che alla realtà esterna; ma non si forza certo il suo pensiero riferendo questi concetti ad altrettante aree di esperienza. Riguardo alla prima, vale a dire all’area della realtà interna, il discorso di Winnicott (1971, pp. 101, 166, 176) non aggiunge molto alla classica concettualizzazione psicoanalitica. Si tratta del mondo della realtà psichica ubicato «entro i confini della personalità individuale» e popolato di «rappresentazioni mentali»; mondo nel quale «operano i meccanismi mentali della proiezione, dell’introiezione», della rimozione, della scissione e così via.

Ben più rilevante  è il suo contributo  allo studio dell’area della realtà esterna; e cioè «del mondo reale in cui l’individuo vive e che può essere oggettivamente percepito» [1971, p. 176]; contributo che può essere adeguatamente valorizzato anche solo attraverso l’elencazione di concetti quali ambiente facilitante, preoccupazione materna primaria, madre sufficientemente buona, sostenere (holding) e manipolare (handling), urto o pressione, necessità di reagire, regressione alla dipendenza, e così via. Sono tutti concetti il cui significato ultimo rimanda all’importanza reale, oggettiva di un elemento esterno (l’ambiente e la madre nel caso del bambino, il setting e lo psicoanalista nel caso del paziente), importanza tanto maggiore quanto più si retrocede nel tempo o quanto più il paziente si trova in uno stato di «regressione alla dipendenza» (1989, p. 56) o di difesa da essa. Si tratta di una regressione che può giungere sino alla fase della dipendenza assoluta (1965, pp. 53 e 60-1) dove «l’infante non ha nessuna nozione delle cure materne» e dove «quando le cose vanno bene... non ha modo di sapere che cosa gli viene opportunamente fornito e che cosa gli viene impedito». Anche se Winnicott parla occasionalmente (1958, pp. 338 e 342) di una condizione narcisistica primaria, il termine dipendenza (1971, pp. 43-4) sembra piuttosto ricollegare questa fase dello sviluppo alla concezione dell’«amore primario» o «unità duale» di Balint e collocare il paziente regredito nell’area del difetto fondamentale: un’area rispetto alla quale anche Winnicott non può esimersi dal rivisitare la questione del linguaggio, della tecnica e del setting.

Al riguardo, mi limiterò a ricordare che, per Winnicott (1958, pp. 343-5), «con il paziente regredito, la parola desiderio non è più corretta: dobbiamo sostituirla con la parola bisogno ... Se un bisogno non viene soddisfatto non si ha come risultato la collera ma si riproduce semplicemente la situazione di carenza ambientale che ha arrestato i processi di crescita». In questa situazione, «non è l’interpretazione che è necessaria»; «l’agire va tollerato ... e se si verifica nel corso della seduta,  l’analista si troverà a dover partecipare, anche se abitualmente in forma simbolica».

Ma in che modo l’area della realtà esterna interagisce con quella della realtà psichica? Abbiamo appena visto che, quando le cose vanno bene, l’infante non è consapevole della natura delle cure materne. In caso contrario, egli «diventa consapevole non dell’insuccesso delle cure materne, ma delle conseguenze, di qualsiasi tipo, di tale insuccesso; egli diventa cioé consapevole di reagire a un certo urto» o pressione (1965, p. 61). Possiamo considerare questo “reagire a un urto” come il primo passo verso il costituirsi del futuro soggetto e del futuro oggetto. La questione è affrontata da Winnicott con l’incisiva concezione dell’uso di un oggetto, dove il peso determinante della realtà esterna è ulteriormente ribadito. In effetti, se il fallimento ambientale non è stato eccessivo, ci troveremo di fronte a una reazione aggressiva nei confronti di quest’ambiente. Winnicott definisce distruttiva questa reazione «non per via dell’impulso del bambino a distruggere ma a causa del rischio dell’oggetto di non sopravvivere»; volendo con ciò dire che è proprio grazie alla non-distruzione  reale e cioè alla sopravvivenza dell’elemento ambientale, insieme a un’assenza di ritorsione, che l’esperienza dell’“urto” potrà essere collocata in un “al di fuori” e l’infante potrà cominciare a prendere consapevolezza dell’esistenza sia di oggetti esterni da usare e da investire con la propria libido, sia, parallelamente, di un proprio mondo interno anch’esso in formazione.

In verità, l’ «uso di un oggetto» non esaurisce le modalità di interazione fra realtà psichica e mondo esterno. Ed è proprio a questo livello che Winnicott ci offre il suo maggior contributo: l’individuazione di una terza area o spazio intermedio. Conosciamo tutti il significato dell’oggetto transizionale. Si tratta, in breve, di una sorta di promotore automatico dell’equilibrio psico-fisico del bambino in condizioni di moderata tensione e inquietudine; di un mediatore fra ciò che è confortevolmente familiare e ciò che è sgradevolmente non familiare; di un oggetto che accompagna il bambino nell’incontro con ciò che è sconosciuto, compreso il suo mondo onirico. Ora, la grande intuizione di Winnicott fu l’aver compreso che questi oggetti e/o fenomeni transizionali configuravano nel loro insieme uno spazio o luogo specifico e irriducibile; vale a dire una zona di esperienza intermedia fra il mondo interno esclusivamente soggettivo della realtà psichica e il mondo della realtà esterna la cui esperienza deve poter essere condivisa percettivamente da almeno due persone.

Riferiamoci all’esperienza di un gruppo di persone di fronte a una scultura. Per quanto  riguarda il senso di durezza del marmo, è chiaro che esso rimanderà a una realtà esterna condivisibile da tutti sulla base di una comune percezione; viceversa, il significato soggettivo di questa durezza apparterrà al mondo psichico interno non condiviso di ciascuno; rimane infine l’esperienza estetica della scultura che potrà sì essere condivisa ma solo sulla base di un comune spazio transizionale[12]. Perché questa è la sostanza dell’insegnamento di Winnicott: e cioé che il sognare, il gioco spontaneo, il sentimento religioso, la creatività e la fruizione artistica, in una parola l’esperienza culturale, hanno sede ed esistenza solo in un loro territorio specifico e irriducibile. Si tratta di un’area «neutrale di esperienza che non verrà messa in dubbio» (1971, p. 40) in quanto costruita sull’illusione e cioè sull’inserimento dell’esperienza stessa in un gioco comune (in - ludus); un’area quindi in grado di esistere come «posto-di-riposo per l’individuo impegnato nel perpetuo compito umano di mantenere separate, e tuttavia correlate, la realtà interna e la realtà esterna» (ibid., pp. 25-6).

Se dunque l’area della realtà esterna o ambientale è l’area della dipendenza da un oggetto che può solo essere evocato sperando che si dimostri sufficientemente buono, l’area intermedia o transizionale è un’area di sicurezza fondata sulla presenza di oggetti, gli oggetti transizionali, che il soggetto può inventare (da invenire, trovare) nel senso del paradosso di Winnicott («il bambino crea l’oggetto ma l’oggetto era lì in attesa di essere creato» [1971, p. 156]); oggetti che devono esistere solo in funzione del soggetto, a sua completa disposizione (come la coperta di Linus) ma dai quali non avrebbe alcun senso attendersi, diversamente che dagli oggetti della realtà esterna, un atteggiamento di disponibilità empatica.

6   Kohut

Abbiamo visto che nel pensiero di Winnicott è praticamente assente ogni riferimento esplicito a una dimensione o area narcisistica dell’esperienza; ma il riconoscimento di oggetti che non esistono se non in funzione di esigenze di coesione e stabilità del soggetto ci rimanda direttamente al discorso del primo Kohut sugli oggetti-Sé in quanto oggetti dai quali il soggetto «si aspetta in ogni caso lo svolgimento di certe funzioni fondamentali nell’ambito dell’omeostasi narcisistica» (1971, 54) sperimentandoli, di conseguenza, come parti di sé; per cui il controllo che si attende di esercitare su di essi è «più vicino al concetto di controllo che un adulto si aspetta di avere sul proprio corpo e sulla propria mente piuttosto che a quello del controllo  che si aspetta di avere sugli altri» (1978, 165). Si tratta in effetti di oggetti che non sono né desiderati, né amati, né riconosciuti cognitivamente come tali ma soltanto necessari a svolgere la funzione di confermare il senso di innato vigore, grandezza e perfezione del bambino o quello di essere idealizzati come immagini di calma, infallibilità e onnipotenza che il bambino può ammirare e con cui può sentire di fondersi: costituendo nel primo caso  l’oggetto-Sé speculare, nel secondo  l’imago parentale idealizzata (Kohut, 1987, 30 e 1978, 165).

In entrambi i casi la meta è il mantenimento o il recupero di una propria integrità narcisistica: e cioè del senso di una propria assolutezza e onnipotenza (il cosiddetto Sé grandioso) grazie al rispecchiarsi del soggetto nell’oggetto-Sé speculare; oppure di un sentimento di calma e tranquilla serenità  grazie al suo ricongiungersi con un’immagine ideale perfetta. L’insieme di queste due relazioni d’oggetto-Sé e delle loro vicissitudini può quindi a ragione essere definito area narcisistica della mente o, per restare al linguaggio di Kohut, linea evolutiva narcisistica della personalità; linea che progredisce in modo autonomo e parallelo rispetto alla linea di sviluppo dell’amore oggettuale (1987, 41).

L’esistenza di due linee di sviluppo o, meglio, di due aree di esperienza fra loro irriducibili risulta ulteriormente (1977) ribadita da Kohut con le note metafore dell’Uomo Colpevole e dell’Uomo Tragico. Il primo, muovendosi nell’area pulsionale-oggettuale, vede se stesso in primo luogo quale soggetto di desideri e di conoscenza, al centro di un mondo di conflitti e orientato verso una realtà da utilizzare allo scopo di sopravvivere, svilupparsi, ottenere piacere ed evitare il dolore; mentre l’Uomo Tragico, radicato nell’area narcisistica, si rappresenta in particolare quale centro di un mondo di esperienze in grado di conferire alla persona il senso di una continuità nel tempo, di una coesione spaziale, di un’unità interiore, di una certezza esistenziale. Inizialmente Kohut parla (1977, 185) di una «psicologia totale dell’uomo» che comprenderebbe appunto «la psicologia dell’Uomo Colpevole (psicologia del conflitto) e la psicologia dell’Uomo Tragico (psicologia del Sé)», negando la necessità di integrare questi due aspetti[13]. Viceversa, con il pieno sviluppo della concezione del Sé bipolare e dei suoi bisogni[14], i due piani di esistenza dell’Uomo Colpevole e dell’Uomo Tragico tendono a convergere e a confluire in un’unica forma di esperienza fondata sulla risposta empatica da parte dell’oggetto-Sé o sul fallimento di questa risposta. All’interno di questa nuova concezione dell’essere umano, la conflittualità pulsionale dell’Uomo Colpevole finisce per ridursi a una reazione patologica del Sé di fronte al fallimento empatico dell’oggetto-Sé parentale nel rispondere al sano desiderio di affetto  e alla sana  competitività autoaffermativa del bambino (1977, capp. 4 e 5); mentre la tragica ricerca narcisistica di una sicurezza assoluta viene a sua volta riportata a una forma arcaica, patologica e/o regressiva, di una relazione d’oggetto-Sé. Per cui l’intera esperienza dell’individuo finisce per essere riportata a un’unica forma basilare: quella della relazione empatica Sé / oggetto-Sé nella quale l’ “edipo-centrismo” freudiano viene, per così dire, sostituito da un altrettanto unilaterale “telemaco-centrismo”[15], anch’esso incapace di cogliere la complessità e pluralità del mondo relazionale umano.

La relazione oggettuale plurima

In effetti, è proprio a partire da una rilettura critica di Kohut (Sassanelli, 1997, parte prima) che ho preso l’avvio per evidenziare, non solo nel discorso di quest’autore ma in quello di molti fra i maggiori pensatori psicoanalitici[16], la presenza di una pluralità di esperienze non riducibili le une alle altre ma al contrario riferibili a forme di relazione distinte e ben differenziabili; e per sistematizzare tali esperienze in termini di relazione d’oggetto plurima[17] (1997, parte seconda). Si tratta in altre parole di distinguere una relazione empatica, una relazione narcisistica ed una pulsionale (quest’ultima sdoppiata ulteriormente in una relazione edipico-normativa e in una isterico-passionale); ognuna di esse concettualizzata nei termini di una relazione d’oggetto dove il soggetto è il paziente portatore di bisogni, necessità, desideri e domande, e dove l’oggetto è lo psicoanalista in qualche modo e misura a disposizione del primo. In questa prospettiva, la relazione edipico-normativa andrà considerata come una relazione che si struttura grazie all’incontro fra un soggetto portatore di pulsioni o desideri libidici e aggressivi (soggetto pulsionale) e un oggetto del desiderio portatore al tempo stesso di limiti sia normativi che di realtà; ma è proprio questo carattere effettivamente realistico e limitante dell’oggetto (il setting normativo) a configurarlo immediatamente quale terzo e a evidenziare invece la natura puramente fantasmatica, mentale, intrapsichica dell’oggetto del desiderio (oggetto pulsionale).

Al pari della relazione edipico-normativa, anche quella isterico-passionale (Sassanelli, 1996) si organizza in funzione del desiderio del soggetto. Ma mentre nella prima, il desiderio si definisce sul piano fantasmatico rispetto a un limite normativo o di realtà, nella relazione isterico-passionale il desiderio del soggetto deve determinarsi e specificarsi primariamente rispetto al desiderio dell’altro e cioè dello psicoanalista che di fatto viene a coincidere con l’oggetto desiderato[18]; il tutto all’interno di un’esperienza tendenzialmente trasgressiva dove per il paziente (soggetto isterico-passionale) è scontato che il desiderio dell’analista (la sua soggettualità) debba combaciare in definitiva con il proprio.

Del tutto diversa è l’esperienza che prende corpo nella relazione empatica (o percettivo-proiettiva) dove a emergere è il bisogno del paziente che l’analista accetti e condivida, anche con eventuali comportamenti, i suoi vissuti ideo-affettivi. In altre parole, in questa forma di relazione, il problema per il soggetto è di utilizzare un oggetto reale (oggetto empatico) allo scopo di costruire percettivamente, mediante l’opportuna selezione e combinazione di stimoli, una rappresentazione mentale oggettuale adeguata ai propri bisogni reali o immaginari; costruzione che può andare da una solitaria allucinazione fino alla piena concordanza con le corrispondenti immagini oggettuali di un altra persona.

E’ nella relazione narcisistica che il soggetto cercherà, infine, di vivere e realizzare i suoi bisogni di sicurezza, stabilità e completezza in apparenza autosufficienti. In verità questi bisogni, che non vanno confusi con i bisogni empatici[19], chiamano in causa determinati oggetti ai quali il  soggetto narcisistico non riconosce alcuna caratteristica propria ma solo una funzione direttamente coesiva e strutturante  sulla personalità: si tratta  dell’oggetto narcisistico  od  oggetto-Sé  (nel senso del primo Kohut) che, ripetiamolo, non è l’oggetto chiamato a rispondere empaticamente al soggetto ma quello che integra o sostituisce l’oggetto di una relazione empatica deficitaria per consentire al soggetto una condizione esistenziale ugualmente stabile e sicura.[20]

Se ora  considerariamo in una prospettiva mitico-metaforica le diverse forme di relazione analitica che abbiamo tratteggiato, è facile rendersi conto che a ciascuna di esse corrisponde uno specifico mito. Così, la relazione edipico-normativa appare modellata sul mito di Edipo dove il riconoscimento dei propri desideri incestuosi e parricidi si realizza attraverso una solitaria ricerca della verità e un’assunzione responsabile della norma o Legge; oppure sulla metafora freudiana del bambino perverso polimorfo o su quella kohutiana dell’Uomo Colpevole[21] (entrambi soggetti al principio di piacere). Viceversa, è sul mito di Fedra che si modella  la relazione isterico-passionale  dove è il desiderio dell’altro, dell’amato, a essere primariamente evocato e invocato dal soggetto; e dove la metafora corrispondente  è  quella  da  me  proposta  dell’Uomo drammatico[22]. A sua volta, la

relazione narcisistica rimanda al mito di Narciso dove l’oggetto-Sé narcisistico (la superficie riflettente) restituisce al soggetto che vi si specchia un’immagine di sé priva di qualunque mancanza; con la corrispettiva metafora kohutiana dell’Uomo Tragico[23] o con quella ferencziana, simmetricamente opposta, del poppante saggio (vedi nota 6); laddove la relazione empatica trova la sua esemplarità nel mito di Telemaco (vedi nota 12), nonché nella metafora, anch’essa da me proposta, dell’Uomo patetico[24] o in quella, tratta dal pensiero dell’ultimo Ferenczi, del bambino innocente (vedi nota 4).

I quattro miti (e le corrispondenti metafore)  rivestono un duplice valore e significato: innanzitutto essi costituiscono un modello cognitivo-affettivo capace di mediare fra la concreta occasionalità del singolo evento (la specifica esperienza clinica) e l’astratta formulazione di una teoria generale (Sassanelli, 1998, 2, 14.2-3); in secondo luogo ci suggeriscono che  i diversi tipi di relazione esaminati  non rappresentano soltanto delle forme di relazione analitica  ma  delle forme di relazione umana, delle vere e proprie forme di esistenza. In ogni essere umano c’è  infatti un Edipo, una Fedra, un Narciso e un Telemaco i quali, di volta in volta e a seconda della situazione, tenderanno a emergere dando luogo a delle specifiche forme di relazione che dovranno essere afferrate in un’ottica culturale e antropologica  e  non strettamente psicoanalitica e, tantomeno, diagnostica. E’ solo dopo che l’analista avrà contribuito a realizzare, in qualità di oggetto, quella determinata forma di relazione richiesta dal paziente per il semplice fatto di essere nel mondo con una sua specifica modalità d’esistenza, che lo strumento psicoanalitico gli consentirà di evidenziare la dimensione transferale-controtransferale del rapporto e cioé le vicende consce e inconsce, storicamente determinate, con cui il paziente lo andrà via via investendo nel corso della terapia[25].

Lo spazio ritrovato 

Siamo così giunti al termine di un percorso lungo il quale, grazie a una serie di corrispondenze, è stato possibile disegnare la mappa di uno spazio o territorio psicoanalitico comune. Questo territorio risulta costituito dalle tre[26] aree di esperienza già indicate nel titolo e che, nonostante le diversità teoriche e di linguaggio, abbiamo visto ricorrere in modo più o meno esplicito nel discorso degli autori a cui ci siamo riferiti a partire dallo stesso Freud. Si tratta pertanto di aree che rientrano tutte con pieno diritto nella tradizione della psicoanalisi e alle quali va quindi garantita piena cittadinanza psicoanalitica. Con riferimento a esse vediamo sfumare la rigida contrapposizione fra le polarità elencate all’inizio di questo scritto; polarità che, all’interno del territorio analitico comune che abbiamo delineato, finiranno per occupare ciascuna un suo specifico e ben delimitato ambito senza esclusioni ma anche senza confusioni di sorta.

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[1] In quanto, attenendoci alla originaria concezione freudiana (1908, pp. 583-4), l’aggressività non è da considerare una pulsione autonoma ma l’espressione del carattere di spinta o attività connaturato alla pulsione stessa, sia sessuale che di autoconservazione; senza contare che, ancora al termine della sua vita, Freud (1938, p. 613) non cessa di privilegiare le pulsioni parziali della vita sessuale quali determinanti nella genesi della nevrosi.

[2] L’individuazione di tre aree distinte consente, fra l’altro, di articolare in modo più specifico il discorso sull’aggressività umana qualificandola diversamente a seconda del tipo o area di esperienza in cui essa è coinvolta: vale a dire come aggressività strumentale con riferimento all’esperienza pulsionale; come rabbia e odio con riferimento all’esperienza del bisogno; come distruttività con riferimento all’area narcisistica.

[3]E’ in quest’ottica che da tempo ho interpretato (Sassanelli, 1998, cap. 3.2) le pulsioni di vita e di morte come l’elaborazione mitopoietica (Eros e Thanatos) di forme diverse di esperienza narcisistica (ideale, grandiosa e distruttiva).

[4] O, forse, di ogni analisi didattica che non sembra consentire all’analizzando una regressione ai suoi più profondi bisogni infantili di tenerezza (1985, p. 261)] che tenderanno pertanto a riemergere nel controtransfert.

[5] In una lettera a Freud del 25.12.1929 (Dupont, 1985, p. 26), Ferenczi scive che «in tutti i casi nei quali sono penetrato abbastanza in profondità ho trovato il presupposto traumatico-isterico della malattia»; e che «...nella patogenesi, il fantasma viene sopravvalutato mentre la realtà traumatica è sottovalutata...». Infattti, pur rimanendo incontestata una sessualità infantile, tuttavia per Ferenczi (ibid., pp. 145-6) «molto di ciò che [in essa] appare come passionale potrebbe essere la conseguenza secondaria della passionalità degli adulti imposta ai bambini... , innestata in loro in modo artificioso»; bambini dei quali, al pari dei pazienti, egli chiede che si riconosca in primo luogo l’innocenza (1929, p. 302 e 1985, pp. 293 e 311) e, solo in seguito, la dimensione perverso polimorfa. E precorrendo di quasi un cinquantennio il pensiero di Kohut, egli si domanda «quanta parte di ciò che riguarda l’amore eterno del bambino per la madre e quanta parte del desiderio del ragazzo di uccidere il padre rivale si svilupperebbero in modo del tutto spontaneo anche senza un innesto precoce di erotismo adulto appassionato e di genitalità; vale a dire, quanta parte del complesso di Edipo è veramente ereditata e quanta trasmessa per tradizione da una generazione all’altra?»

[6] Al riguardo, è significativo il rilievo dato da Ferenczi al ruolo del trauma e al discorso di realtà, come quando scrive che «a chi ha subito un trauma ... bisogna offrire realmente qualcosa, almeno tanta sollecitudine -o la sincera intenzione di averne-.   » (1985, pp. 79-80); «un bambino non può essere guarito con la sola comprensione. Deve essere aiutato dapprima in modo reale...» (ibid., p.312); «l’effetto persistente del trauma è dovuto alla mancanza di un ambiente buono, comprensivo ed educativo.» (ibid., p. 317); o come quando riconosce (ibid., p.280), fra gli «elementi nuovi nell’analisi», la «presenza di una persona benevola (comprensiva e pronta ad aiutare); l’attenuazione della sofferenza [e un] aiuto efficace».

[7]In modo argutamente polemico, Balint (1959, p. 50) avanza «il sospetto che l’idea del latte come oggetto sia nata dalle menti contorte di certi analisti e non necessariamente da quelle dei bimbi».

[8]Si tratta per la verità, di una descrizione fenomenologica che sembrerebbe rimandare più a un’idea di narcisismo (primario) che non di amore oggettuale (per quanto primario).

[9].Nell’ocnofilia (da oknéo, esitare, aggrapparsi), il soggetto iperinveste gli oggetti;  in altre parole, vi si aggrappa nell’illusione di essere al sicuro fintanto che rimarrà in contatto con essi. Di conseguenza, il mondo dell’ocnofilo si struttura sulla vicinanza e sul tatto. Il soggetto deve negare che l’oggetto primario possa essere inaffidabile, rivelando in tal modo la sua mancanza di fiducia che gli oggetti si prendano cura di lui e lo sostengano. Diametralmente opposto è l’atteggiamento del filobate (“colui che ama le situazioni-brivido”). Egli iperinveste non gli oggetti ma le proprie funzioni egoiche; in altre parole, confida solo nelle proprie risorse. La sua convinzione è di non aver bisogno di oggetti particolari all’infuori della propria attrezzatura che gli consentirà di affrontare qualunque situazione. Ne deriva un’esperienza di fiduciosa autosufficienza dove gli oggetti sono qualcosa o da trasformare in elementi di quest’attrezzatura o da evitare e da controllare a distanza nell’illusione di riconquistare, al pari dell’acrobata che volteggia nell’aria, quel rapporto con gli spazi illimitati e con le sostanze primarie che abbiamo visto configurare l’esperienza più arcaica e originaria dell’amore primario.

[10] Una simile descrizione potrebbe far pensare a una dimensione narcisistica della mente, condizione che Balint considera sempre e comunque secondaria a una rottura dell’esperienza duale. Da un lato il narcisismo rimanderebbe infatti al ritiro di una parte dell’investimento da un ambiente disarmonico per investire, in sua vece, l’io in evoluzione (e in tal senso si ricollegherebbe alla condizione filobatica); dall’altro Balint fa notare (1968, p. 178) che le cosiddette personalità narcisistiche, dal più grande dittatore al più umile catatonico, anche se apparentemente autosufficienti, in realtà dipendono totalmente dal loro ambiente e possono conservare il loro narcisismo a patto che quest’ambiente si adegui alle loro esigenze. Ne deriva che lo statuto metapsicologico del narcisismo sarebbe anch’esso di natura relazionale, ma di una relazione con un oggetto primario (come nello stato narcisistico del dormire che non sarebbe un ritiro più o meno completo dall’ambiente ma un condividere il sonno con un ambiente che “sostiene” o con un oggetto con caratteristiche primarie) [ibid., p. 173].

[11] Come per l’esperienza filobatica, situata da Balint nell’area del difetto fondamentale (1968, p. 193). In effetti, il sentimento di un’assoluta autosufficienza fondata sulle risorse esclusive del proprio io che la caratterizza, la collocherebbe piuttosto nell’ambito della terza area quale esperienza di ordine narcisistico; ma, la necessaria acquisizione di «un altissimo grado di abilità personale», costantemente verificata «attraverso un esame di realtà continuo e minuzioso e ...una severa autocritica» [1959, p. 66], suggerirebbe anche una sua appartenenza all’area edipica.

[12]Per cui la medesima scultura sarà di volta in volta un oggetto esterno, una rappresentazione mentale e un oggetto transizionale.

[13] «Possiamo  -egli scrive (1977, 186 e 215)-  considerare il Sé come il centro dell’Uomo Tragico e studiare la sua genesi e le sue vicissitudini. E possiamo guardare al Sé come a un contenuto dell’apparato mentale dell’Uomo Colpevole e studiare il suo rapporto con le strutture di quest’apparato [l’Es e il Super-io]».

[14] Per Kohut (1984, 245), il Sé è una struttura formata «da tre costituenti principali: il polo delle ambizioni, il polo degli ideali e la zona intermedia dei talenti e delle capacità»; per cui a ciascuna delle componenti corrisponderà uno specifico bisogno: al polo delle ambizioni il bisogno del Sé di essere accettato, riconosciuto e approvato; al polo degli ideali il bisogno di una figura da idealizzare e con cui fondersi; all’area intermedia delle capacità e dei talenti il bisogno di ritrovarsi in una figura simile a sé (alteregoica).

[15] Dal mito di Telemaco che Kohut propone (Sassanelli, 1997, 2.7) per raffigurare la relazione empatica, non competitiva ma di reciproco aiuto, fra le generazioni.

[16] Oltre a quelli trattati nel presente saggio, ricorderò ancora i nomi di Fairbairn, di Bion  e di Ogden.

[17]E’ questo il nome con cui intendo designare la mia concezione teorica.

[18]Che, nell’esperienza passionale, è al tempo stesso oggetto e soggetto (l’amato e l’amante).

[19] Mentre questi ultimi sono infatti traducibili in domanda, i bisogni narcisistici si manifestano solo come malessere e disadattamento del soggetto. Si tratta di una differenza che si esprime anche sul piano linguistico dove per i bisogni empatici è utilizzabile l’abituale termine soddisfacimento mentre a quelli narcisistici si addice piuttosto il termine saturazione; per i desideri, poi, il termine più appropriato sembra quello di appagamento o godimento.

[20]Gli oggetti narcisistici variano a seconda del tipo di narcisismo in gioco (Sassanelli, 1998) e possono andare dall’oggetto transizionale all’oggetto autistico, da un linguaggio mitico-metaforico a un’ideologia, da una figura ideale a un idolo distruttivo.

[21] Colpevole in quanto tenuto a regolare attraverso il sentimento di colpa (Super-io) i propri desideri (inconsci).

[22] Drammatico in quanto portato a trasformare in “scene teatrali” i possibili scacchi del suo desiderio.

[23] Tragico per il fallimento a cui è votata la sua ricerca di assoluto.

[24] Patetico in quanto impegnato, di regola senza successo, a a far combaciare il principio di realtà con l’ambiente facilitante di Winnicott. Il nesso fra empatia e dimensione patetica è stato esplicitamente riconosciuto, sia pure in termini negativi, da Spence (1987, pp. 74 e sgg.) il quale recupera al riguardo il concetto di fallacia patetica con cui il critico d’arte John Ruskin (1819-1900) aveva stigmatizzato l’uso di sentimenti e associazioni soggettive «per prendere decisioni circa l’oggetto che ci interessa».

[25]In questo senso la relazione analitica potrebbe essere considerata la forma (esistenziale) il cui contenuto (esperienziale) è rappresentato dalla dinamica transferale-controtransferale).

[26]Tre in quanto l’area edipico-normativa e quella isterico-passionale possono essere accomunate in un’unica forma di esperienza: quella pulsionale o del desiderio

 

Ultimo aggiornamento:  27-01-09